Taravao, lunedì 5 gennaio 2026
Abbiamo cominciato a fare i grandi preparativi per la partenza. Dobbiamo ancora portare diversi oggetti e parte degli abiti che abbiamo nelle valigie con cui ci spostiamo da un appartamento all’altro in barca.
Di conseguenza, questa mattina siamo partiti davvero con calma, prevedendo di rimanere a pranzo in cantiere e, per questo motivo, ci siamo fermati al supermercato ad acquistare qualcosa. Avevamo appena varcato la soglia, quando abbiamo sentito chiamare i nostri nomi ad alta voce e, voltandoci d’istinto, abbiamo visto una figura femminile correre nella nostra direzione. Era Terau, che sorridente come sempre, ci ha abbracciati e baciati. Ero stupita nel vederla, mi aspettavo che le scuole fossero riprese proprio oggi e invece mi ha spiegato che le vacanze, in Polinesia, sono molto lunghe sia in inverno che d’estate, per permettere agli abitanti di spostarsi con la dovuta calma.
Le abbiamo raccontato che stavamo per rientrare in Europa, ma che il progetto di navigazione è soltanto rimandato e che, il vantaggio, sarà quello di tornare a Tahiti, quest’isola meravigliosa. Ci siamo quindi salutati e, dopo qualche rapido acquisto, siamo arrivati in barca.
Oggi ero intenzionata a finire il mio lavoro sullo scorrevole, perché vi fosse il tempo necessario affinché il silicone si asciugasse, ma prima, ho dovuto aiutare Mario con delle operazioni in cui gli serviva un ausilio.
Alla fine, ho effettuato il mio lavoro nel primo pomeriggio e, devo dire, sono molto soddisfatta del risultato raggiunto.
Inaspettatamente, verso le cinque, abbiamo ricevuto la visita di Lionel e Soraya. Li abbiamo invitati a salire in barca, benché vi fosse modo di restare solo in pozzetto. Abbiamo conversato amabilmente per più di un’ora e ci siamo accordati per vederci l’indomani, per bere qualcosa insieme l’ultima volta e salutarci.
Taravao, martedì 6 gennaio 2026
Oggi, avevamo stabilito di recarci a Papeete, per cercare alcuni pezzi di cui Mario avrà bisogno per ripristinare le funzionalità del motore quando tornerà in Polinesia a maggio e, al contempo, per noleggiare l’auto con cui andremo in aeroporto al momento della partenza.
Siamo partiti con calma verso le nove per evitare il grande flusso dei pendolari e abbiamo percorso la strada sulla costa est. C’era un bellissimo cielo e il sole bruciava. Lungo il tragitto, abbiamo accostato in alcuni punti panoramici per fissare ancora una volta nelle nostre menti le belle immagini che questa zona del pianeta regala.
A Papeete, ci siamo recati in due negozi soltanto e, per fortuna, abbiamo trovato tutto ciò che Mario cercava e che potrà quindi evitare di portarsi dall’Italia la prossima volta. Noleggiare l’auto è stata un’operazione piuttosto veloce e così siamo potuti rientrare nel primo pomeriggio. Nel frattempo il cielo si era rannuvolato e, lungo la strada, siamo stati investiti da un violento acquazzone che, a tratti, ha causato anche l’allagamento di alcuni tratti della carreggiata.
Giunti a Taravao, siamo passati da casa per prendere le ultime cibarie rimaste nel frigorifero e della frutta, che avevo appositamente raccolto dall’albero del giardino questa mattina, da offrire a Lionel e Soraya.
Arrivati in barca, era quasi l’ora dell’appuntamento.
I nostri amici non hanno tardato, avevano portato con sé della birra fresca e abbiamo quindi potuto brindare al fatto di esserci incontrati. Personalmente, li ho ringraziati, una volta di più, di avermi regalato il momento più piacevole di tutto il soggiorno: quel tuffo nella laguna tahitiana, in mezzo all’acqua turchese e a tutti quei coralli e pesci colorati.
Verso le sei e mezzo, però, li abbiamo dovuti salutare perché ci eravamo accordati per altri saluti, con Joss e Daniel.
Loro, ci avevano decantato le lodi di una pizza preparata da due tahitiani di Taravao e ci avevano proposto di andarci insieme tempo fa e ce lo hanno riproposto ieri, per salutarci. Ci è sembrata un’ottima idea e, per assurdo, la loro pizza preferita era proprio quella che avevamo già assaggiato. Joss mi aveva detto che avremmo preso le nostre pizze in asporto e le avremmo poi mangiate a casa loro. Ero al settimo cielo, morivo dalla voglia di vedere la loro casa all’interno, una strana costruzione, che aveva qualcosa di molto esotico e tradizionale soprattutto a livello del tetto. Non lo avevo detto a Mario perché indovinavo la sua reticenza nei loro confronti. Non si tratta soltanto della lingua, il fatto è che lui, in generale, non nutre il mio stesso interesse per le persone e per tutti gli aspetti che ci possono differenziare da loro. Avevo quindi omesso la seconda parte della serata, gliel’ho comunicato alla pizzeria e nel momento in cui ha cercato di ribattere, l’ho minacciato di andarci da sola, dicendogli che poteva, al più, simulare un mal di pancia. Il mio proposito è bastato a tranquillizzarlo e a far sì che la serata si svolgesse come desideravo.
Siamo stati ospitati come dei re: la tavola imbandita a festa, con le decorazioni natalizie, sulla terrazza, vista mare. Effettivamente, quando ho varcato la soglia di ingresso, il mio sguardo è stato come calamitato verso l’alto, uno spazio enorme, si apriva fino alla trave centrale che sostiene tutta la struttura del tetto. E alle estremità del tetto, due aperture, che creano un effetto camino, grazie al quale all’interno c’è un continuo ricircolo di aria. Non avevo mai visto un’abitazione come quella e sono rimasta letteralmente a bocca aperta, esclamando tutta la mia meraviglia. Daniel e Joss ne sono stati felici e lei mi ha subito rapita per farmi visitare il resto del piano, con la cucina, la dispensa e la terrazza. Poi siamo uscite, io e lei, e in giardino mi ha portato accanto ad una pianta di ananas, dicendomi che avrei colto personalmente l’ananas e poi lo avrei preparato per il momento del dessert. La cosa è stata molto istruttiva: in effetti non mi era mai capitato di cogliere un ananas. La varietà presente a Tahiti fa dei frutti piuttosto piccoli, grandi circa un terzo rispetto a quelli del Costa Rica, a noi noti perché distribuiti in Europa. Inoltre, le foglie di questi frutti sono piene di spine, ragione per cui Joss si è raccomandata, prima ancora che passassi all’azione, di afferrare, con tutto il palmo della mano, il frutto, facendogli fare un quarto di giro per staccarlo dalla base. Effettivamente, non ho avuto alcuna difficoltà a cogliere il mio ananas, che abbiamo portato subito dopo in cucina. Lì, mi ha messo immediatamente al lavoro: coltello alla mano, mi ha indicato passo passo come pulirlo, per evitare di sprecarne troppo e per tagliarlo in modo che ne risultasse una forma stellata, molto decorativa. Mi ha anche insegnato un trucchetto per eliminare quella sostanza molto viscida e perciò scivolosa che si crea sulla superficie dell’ananas quando si elimina la buccia. Si prende una buona quantità di sale fino e con esso si strofina rapidamente tutto il frutto che, subito dopo, va sciacquato sotto l’acqua corrente.
Una volta terminata l’operazione, ci siamo accomodati tutti e quattro a tavola, abbiamo fatto un brindisi per il primo dell’anno con dello champagne e assaporato un antipasto a base di uova di lompo. È stata poi la volta della pizza che, alla fine, è stata consumata solo in parte. I nostri ospiti ci hanno raccontato tantissime altre storie e, ad un certo punto, Joss, ha interrotto me e Daniel per passarmi il cellulare e dirmi che qualcuno desiderava salutarmi. Era suo fratello, Victor, in forma smagliante, in pieno giorno, al sole, a bordo piscina, in un bellissimo hotel di Hong Kong. Si era stupito che fossimo da Joss e Daniel, credo perché, nonostante i due mesi trascorsi a casa sua, lui e sua moglie non ci hanno mai proposto di salire a bere qualcosa insieme a loro. Per questo motivo, Joss e Daniel mi piacciono molto, perché, proprio come Lionel e Soraya, hanno uno stile relazionale europeo, che prevede la condivisione e lo scambio.
La serata non si è protratta molto a lungo, verso le nove e mezzo, abbiamo tolto il disturbo, ringraziando per il tempo di qualità trascorso insieme nell’arco di questo ultimo mese e tutte le esperienze che ci avevano offerto di vivere in così breve tempo. Joss ci ha anche regalato la famosa collana di conchiglie, con l’augurio di rivederci presto e di rimanere in contatto, cosa di cui mi occuperò io, naturalmente.
Sono rientrata a casa soddisfatta e felice di averli potuti salutare, come è giusto e bene che sia tra persone che si sono sinceramente apprezzate.
Taravao, mercoledì 7 gennaio 2026
Questa mattina dovevamo lasciare l’alloggio. Dolly mi ha mandato un messaggio whatsapp con tutte le istruzioni e i saluti, augurandoci tanta fortuna per la nostra barca. Pensavamo di avere poche cose, ma tra una borsa e l’altra, siamo riusciti, ancora una volta, a riempire la macchina. Sulla via del cantiere, ci siamo fermati al noleggio auto e abbiamo riconsegnato la vettura che ci ha permesso di scorrazzare ovunque, per quasi tre mesi.
Giunti al cantiere, abbiamo portato a bordo le ultime cose e iniziato le ultime operazioni.
Mario si è occupato delle chiusure e dei lucchetti, mentre io ho realizzato le coperture degli oblò e dei passa-uomo con della tela cerata, utile ad evitare che il sole danneggi il plexiglas. Ci siamo concessi una breve pausa pranzo, ma poi abbiamo ripreso il lavoro, per concluderlo intorno alle cinque.
Ero esausta, forse perché la giornata è stata particolarmente soleggiata, ma non ho rinunciato a fare l’ultima cosa che mi ero prefissata: andare a salutare monsieur gamba di legno, offrendogli un pezzo di parmigiano e un enorme avocado che Joss aveva insistito per darmi, ma che non era ancora maturo e che, comunque sia, non avremmo mai avuto modo di mangiare, in quel di Papeete, la nostra ultima sera a Tahiti.
Ci sono andata sola, ho bussato sulla prua della sua barca, lui è comparso e, identificandomi, gli ho detto che venivo per salutarlo e omaggiarlo con qualcosa di tipicamente italiano. Si è presentato un paio di minuti più tardi, con un pareo stretto alla vita; era visibilmente sorpreso, ma anche molto felice di aver raccolto la mia simpatia. Gli ho detto che sarei tornata a luglio con grande probabilità, ma lui mi ha detto schiettamente che probabilmente non ci saremmo incontrati perché la prossima estate la trascorrerà sull’Atlantico con sua madre, piuttosto anziana e non troppo in forma. È stato comunque molto piacevole fare questa chiacchierata, talmente piacevole, che mi sono completamente dimenticata di chiedergli quale fosse il suo nome di battesimo. Rimarremo quindi simpaticamente anonimi entrambi, dal momento che nemmeno lui mi ha chiesto come mi chiamassi. Del resto, il nome cos’è, se non una semplice convenzione?
A quel punto, si erano fatte le cinque e mezza e Mario che, nel mentre, era sopraggiunto al pontile, ha fatto presente che avevamo della strada da percorrere. Ci siamo salutati e siamo partiti.
La strada non era troppo trafficata e siamo giunti al nostro hotel, che poi non era altro che una modesta abitazione privata dalle grandi dimensioni, le cui stanze venivano affittate a notte a quei turisti che desideravano dormire vicino all’aeroporto la sera prima della loro partenza, proprio come abbiamo fatto noi.
Verso le otto, dopo una doccia calda, siamo usciti alla ricerca di un ristorante. Abbiamo optato per un ristorante cinese tahitiano particolarmente famoso e citato in tutte le guide turistiche, Chez mami, che significa “Dalla nonna”. Desideravo mangiare l’ultimo chao men della stagione e devo dire che siamo stati fortunatissimi perché la bontà di quel piatto, qui a Papeete, supera di gran lunga quella della stessa pietanza preparata a Taravao, che, da perfetti neofiti, trovavamo fino a questa sera eccezionale.
Soddisfatti e satolli, siamo rientrati nella nostra camera e ci siamo coricati, cercando di prendere sonno il prima possibile, visto che avevamo appuntamento al noleggio auto alle quattro e mezza del mattino.